Nove poesie di Giosuè Carducci
In riva al mare
Tirreno, anche il mio petto è un mar profondo,
E di tempeste, o grande, a te non cede:
L’anima mia rugge ne’ flutti, e a tondo
Suoi brevi lidi e il picciol cielo fiede.
Tra le sucide schiume anche dal fondo
Stride la rena: e qua e là si vede
Qualche cetaceo stupido ed immondo
Boccheggiar ritto dietro immonde prede.
La ragion da le sue vedette algenti
Contempla e addita e conta ad una ad una
Onde e belve ed arene in van furenti:
Come su questa solitaria duna
L’ire tue negre a gli autunnali venti
Inutil lampa illumina la luna.
Ottobre 1884
Rime Nuove XXVI
Notte d’inverno
Innanzi, innanzi. Per le foscheggianti
Coste la neve ugual luce e si stende,
E cede e stride sotto il piè: d’avanti
Vapora il sospir mio che l’aër fende.
Ogni altro tace. Corre tra le stanti
Nubi la luna su ’l gran bianco e orrende
L’ombre disegna di quel pin che tende
Cruccioso al suolo informe i rami infranti,
Come pensier di morte desïosi.
Cingimi, o bruma, e gela de l’interno
Senso i frangenti che tempestan forti;
Ed emerge il pensier su quei marosi
Naufrago, ed al ciel grida: O notte, o inverno,
Che fanno giù ne le lor tombe i morti?
24 Dicembre 1870
Rime Nuove XLIII
La vita
Vita, che sei? Nave a crudel fortuna
In preda e a ’l furïar di fiotti irosi,
Ora t’incalzan questi or que’ marosi
E ’l ciel su te tutta sua rabbia aduna.
Colloqui con gli alberi
Te che solinghe balze e mesti piani
Ombri, o quercia pensosa, io piú non amo,
Poi che cedesti al capo de gl’insani
Eversor di cittadi il mite ramo.
Né te, lauro infecondo, ammiro o bramo,
Che mènti e insulti, o che i tuoi verdi e strani
Orgogli accampi in mezzo al verno gramo
O in fronte a calvi imperador romani.
Amo te, vite, che tra bruni sassi
Pampinea ridi, ed a me pia maturi
Il sapïente de la vita oblio.
Ma piú onoro l’abete: ei fra quattr’assi,
Nitida bara, chiuda al fin li oscuri
Del mio pensier tumulti e il van desio.
13 Febbraio 1873
Rime Nuove VIII
Nostalgia
Tra le nubi ecco il turchino
Cupo ed umido prevale:
Sale verso l'Apennino
Brontolando il temporale.
Oh se il turbine cortese
Sovra l'ala aquilonar
Mi volesse al bel paese
Di Toscana trasportar!
Non d'amici o di parenti
Là m'invita il cuore e il volto:
Chi m'arrise a i dí ridenti
Ora è savio od è sepolto.
Né di viti né d'ulivi
Bel desio mi chiama là:
Fuggirei da' lieti clivi
Benedetti d'ubertà.
De le mie cittadi i vanti
E le solite canzoni
Fuggirei: vecchie ciancianti
A marmorei balconi!
Dove raro ombreggia il bosco
Le maligne crete, e al pian
Di rei sugheri irto e fosco
I cavalli errando van,
Là in maremma ove fiorío
La mia triste primavera,
Là rivola il pensier mio
Con i tuoni e la bufera:
Là nel ciel nero librarmi
La mia patria a riguardar,
Poi co 'l tuon vo' sprofondarmi
Tra quei colli ed in quel mar.
8-9 Settembre 1874 (1871)
Rime Nuove XLIII
Vita, che sei? Sentier che d’irta e bruna
Nebbia fra ’l cieco perigliar riposi,
E fra li ameni prati e dilettosi
Porgi ad angui ferali occulta cuna.
Vita, che sei? Rio di tormenti nido,
Valle di esiglio lacrimosa e mesta,
E di sventure inevitabil lido.
Vita, che sei? Scena di error funesta,
’Ve allettano i Piacer con riso infido;
Ma fuggon essi e il disinganno resta.
Settembre 1849, Firenze
Poesie varie III
L'ideale
Poi che un sereno vapor d'ambrosia
Da la tua coppa diffuso avvolsemi,
O Ebe con passo di dea
Trasvolata sorridendo via;
Non piú del tempo l'ombra o de l'algide
Cure su 'l capo mi sento; sentomi,
O Ebe, l'ellenica vita
Tranquilla ne le vene fluire.
E i ruinati giú pe 'l declivio
De l'età mesta giorni risursero,
O Ebe, nel tuo dolce lume
Agognanti di rinnovellare;
E i novelli anni da la caligine
Volenterosi la fronte adergono,
O Ebe, al tuo raggio che sale
Tremolando e roseo li saluta.
A gli uni e gli altri tu ridi, nitida
Stella, da l'alto. Tale ne i gotici
Delúbri, tra candide e nere
Cuspidi rapide salïenti
Con doppia al cielo fila marmorea,
Sta su l'estremo pinnacol placida
La dolce fanciulla di Jesse
Tutta avvolta di faville d'oro.
Le ville e il verde piano d'argentei
Fiumi rigato contempla aerea,
Le messi ondeggianti ne' campi,
Le raggianti sopra l'alpe nevi:
A lei d'intorno le nubi volano;
Fuor de le nubi ride ella fulgida
A l'albe di maggio fiorenti,
A gli occasi di novembre mesti.
13-15 Giugno 1874
Delle Odi barbare I
Preludio
In una chiesa Gotica
Sorgono e in agili file dilungano
Gl'immani ed ardui steli marmorei,
G ne la tenebra sacra somigliano
Gi giganti un esercito
Che guerra mediti con l'invisibile:
Le arcate salgono chete, si slanciano
Quindi a vol rapide, poi si rabbracciano
Prone per l'alto e pendule.
Ne la discordia cosí de gli uomini
Di fra i barbarici tumuli salgono
A Dio gli aneliti di solinghe anime
Che in lui si ricongiungono.
Io non Dio chieggovi, steli marmorei,
Arcate aeree: tremo, ma vigile
Al suon d'un cognito passo che piccolo
I solenni echi suscita.
È Lidia, e volgesi: lente nel volgersi
Le chiome lucide mi si disegnano,
E amore e il pallido viso fuggevoli
Tra il nero velo arridono.
Anch'ei, tra 'l dubbio giorno d'un gotico
Tempio avvolgendosi, l'Alighier, trepido
Cercò l'imagine di Dio nel gemmeo
Pallore d'una femina.
Sott'esso il candido vel, de la vergine
La fronte limpida fulgea ne l'estasi,
Mentre fra nuvoli d'incenso fervide
Le litanie salíano;
Salian co' murmuri molli, co' fremiti
Lieti saliano d'un vol di tortore,
E poi con l'ululo di turbe misere
Che al ciel le braccia tendono.
Mandava l'organo pe' cupi spazii
Sospiri e strepiti: da l'arche candide
Parea che l'anime de' consanguinei
Sotterra rispondessero.
Ma da le mitiche vette di Fiesole
Tra le pie storie pe' vetri roseo
Guardava Apolline: su l'altar massimo
Impallidiano i cerei.
E Dante ascendere tra inni d'angeli
La tosca vergine transfigurantesi
Vedea, sentiasi sotto i piè ruggere
Rossi d'inferno i baratri.
Non io le angeliche glorie né i dèmoni,
Io veggo un fievole baglior che tremola
Per l'umid'aere: freddo crepuscolo
Fascia di tedio l'anima.
Addio, semitico nume! Continua
Ne' tuoi misterii la morte domina.
O inaccessibile re de gli spiriti,
Tuoi templi il sole escludono.
Cruciato martire tu cruci gli uomini,
Tu di tristizia l'aèr contamini:
Ma i cieli splendono, ma i campi ridono,
Ma d'amore lampeggiano
Gli occhi di Lidia. Vederti, o Lidia,
Vorrei tra un candido coro di vergini
Danzando cingere l'ara d'Apolline
Alta ne' rosei vesperi
Raggiante in pario marmo tra i lauri,
Versare anemoni da le man, gioia
Da gli occhi fulgidi, dal labbro armonico
Un inno di Bacchilide.
9-12 Marzo 1876
Delle Odi barbare Libro IX
Odio l'usata poesia: concede
Comoda al vulgo i flosci fianchi e senza
Palpiti sotto i consueti amplessi
Stendesi e dorme.
A me la strofe vigile, balzante
Co 'l plauso e 'l piede ritmico ne' cori:
Per l'ala a volo io còlgola, si volge
Ella e repugna.
Tal fra le strette d'amator silvano
Torcesi un'evia su 'l nevoso Edone:
Piú belli i vezzi del fiorente petto
Saltan compressi,
E baci e strilli su l'accesa bocca
Mesconsi: ride la marmorea fronte
Al sole, effuse in lunga onda le chiome
Fremono a' venti.
5-7 novembre 1875
Odi barbare

Pianto antico
L'albero a cui tendevi
La pargoletta mano,
Il verde melograno
Da' bei vermigli fior,
Nel muto orto solingo
Rinverdí tutto or ora
E giugno lo ristora
Di luce e di calor.
Tu fior della mia pianta
Percossa e inaridita,
Tu de l'inutil vita
Estremo unico fior,
Sei ne la terra fredda,
Sei ne la terra negra;
Né il sol più ti rallegra
Né ti risveglia amor
Giugno 1871
Rime nuove XLII
"I giovini non possono generalmente esser critici; e, per due o tre che riescano, cento lasciano ai rovi della via i brandelli del loro ingegno o ne vengon fuori tutti inzaccherati di pedanteria e tutti irti le vesti di pugnitopi: la critica è per gli anni maturi"
da Confessioni e battaglie